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Flipper in classe



Forse il professore non ha più voglia di insegnare.
Infatti ha smesso: dice agli studenti di che cosa parleranno nella prossima lezione, e poi gli chiede di preparare loro una presentazione da fare in classe. Ha diviso la classe in gruppi e ogni gruppo ha scelto un particolare aspetto dell’argomento.
Lui si è limitato a mostrargli come utilizzare alcune Google app, in modo da interagire a distanza e in momenti diversi.
Forse ha perso l’entusiasmo e Social Books è soltanto una scusa per fare lavorare gli studenti.
Sicuramente in questi anni la geografia l’ha imparata. Quando sabato gli studenti hanno esposto quanto fatto, sembrava conoscere ogni singolo fiume, monte o lago d’Europa. Conosceva il sollevamento delle pianure e ha corretto i due studenti che hanno scambiato le coste rocciose con quelle sabbiose.
Ha seguito il lavoro da lontano, controllando le modifiche e le aggiunte di ogni studente.
E ha espresso il concetto più importante di questa flipped classroom: il gioco di squadra. In un gruppo ci sono interessi e capacità differenti. Essere bravi significa organizzare il lavoro di tutti i componenti in modo che ognuno faccia la sua parte.
Alla prossima presentazione!

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La tribù dei Nativi Digitali



Siamo circondati da giovani studenti che fanno parte della stessa tribù: quella dei Nativi Digitali.
Nel giro di una generazione è cambiato il modo in cui le persone comandano i computer e i mezzi elettronici. Oggi i Nativi Digitali possono toccare lo schermo e zoomare con un dito, sfogliare un libro o incollare immagini su una presentazione. La tribù degli Analogici per arrivare a questo punto ha dovuto attraversare alcune peripezie: prima scrivere un comando, poi installare un programma, infine selezionarlo attraverso un’immagine.
Gli Analogici devono insegnare ai Digitali che dietro alle magiche possibilità offerte dal loro tablet c’è un programma, scritto da umani, attraverso un codice. Che funziona tramite certi collegamenti elettrici, grazie a congegni fabbricati, smontabili, sostituibili.
I Digitali possono imparare quale strumento è più adatto a loro e perché. Il loro è un regno dove tutto è possibile: occorre quindi saper scegliere, per non perdersi a guardare le infinite possibilità che hanno davanti.
E arrivare a capire che… il clima non è il tempo!

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Facilitazione grafica a scuola

Federica di CreativeConnection racconta l’esperienza di scribing vissuta alla scuola Carlo Pepoli di Bologna. 


Come partner di Archilabò per supportare e sviluppare il progetto Social Books, mi sono recata per la prima volta ad Ottobre 2015 a Bologna, nella scuola Carlo Pepoli.


Sono stata invitata per spiegare cosa fa Creative Connection a un pubblico di studenti, famiglie e insegnanti, curiosi di questa professione non comune in Italia.


E’ stata una grande opportunità per pensare al mio lavoro da un’altra prospettiva, come oggetto di studio, come qualcosa sul quale ho avuto bisogno di riflettere e far ricerca per riuscire a descriverlo e spiegarlo agli altri.  Come gruppo di colleghi e amici, noi di Creative Connection ci chiediamo spesso come definire quello che facciamo e se il termine ‘facilitazione grafica” sia il più appropriato.


Nella mia ricerca di una risposta soddisfacente, sono state fondamentali le conversazioni con i colleghi e con i miei mentori Tim Casswell e Beatrice Baumgartner. Ho trovato utili anche alcuni libri, scritti da riconosciuti professionisti del settore. (1)

 

Introduzione

Federica e lo scribing
La facilitazione grafica si è sviluppata negli anni ’70 nel mondo anglosassone, come metodo per aiutare i lavoratori del settore affari e industria a lavorare più efficacemente assieme, soprattutto durante le riunioni dedicate ad argomenti, obiettivi, progetti o idee particolarmente importanti.


Il facilitatore grafico viene definito come un professionista che usa le immagini per mappare conversazioni in tempo reale, disegnando e scrivendo su un’ampia superficie, integrando parole e immagini per portare i gruppi di persone a centrare l’obiettivo. La facilitazione grafica si è sviluppata come modo di catturare il flusso conversazionale in una forma grafica tangibile per fornire un’ulteriore prospettiva, una dimensione visiva per pensare, capire, riflettere e co-progettare.

Scribing
Attualmente la professione ha assunto diverse sfaccettature e il termine ‘facilitazione grafica’ è usato accanto ad altri quali ‘illustratore dal vivo’, ‘scriber’, ‘miniaturista visivo’, ‘registratore visivo’. Si riferiscono tutti all’uso di immagini per rappresentare contenuti non prodotti originariamente in linguaggio visivo, ma orale o scritto. Questi diversi ruoli richiedono tutti lo stesso tipo di “interpretazione visiva” come competenza principale e comportano tutte la creazione di narrazioni visive basate sull’associazione tra immagini e parole chiave, tese a facilitare la comprensione e la memorizzazione dei contenuti. Questo è il motivo per cui la facilitazione grafica può essere considerata in un senso più ampio come un “termine-ombrello” che racchiude tutti questi ruoli.


Insieme alla mia introduzione sulla facilitazione grafica e il modo in cui si è sviluppata fino ad oggi, ho mostrato al gruppo di Bologna alcuni esempi di ciò che facciamo a CreativeConnection, spiegando come arriviamo a questo risultato. Indipendentemente dall’etichetta che si sceglie ((“visual minutes”, “rich picture”, “animation”), le parole racchiudono sempre lo stesso tipo di pratica, un processo comune che richiede di ascoltare, capre e cercare di semplificare le informazioni attraverso l’uso combinato di figure e parole e l’uso dei colori.

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Da questa prospettiva più ampia, la facilitazione grafica può essere considerata un processo importante per l’educazione come metodo che può essere applicato in un settore non commerciale, come la scuola. Questo è molto più collegato al potere delle immagini e il suo potenziale nelle pratiche di insegnamento e apprendimento – per studenti come metodo di rielaborare contenuti in un modo più personale e creativo, per gli insegnanti come metodo per lavorare insieme in diverse discipline. Usare associazioni più appropriate tra figure e parole potrebbe aiutare a ridurre il carico di lavoro cognitivo, non solo a beneficio di studenti con disturbi dell’apprendimento, ma per l’intera classe, specialmente nei contesti in cui i ragazzi provengono da background diversi e il ruolo predominante del testo scritto e lineare può rappresentare una barriera più che un elemento di integrazione.

Workshop

Il modo migliore di impare cos’è la facilitazione grafica è esperirla ed eventualmente essere coinvolti in questa azione come protagonisti attivi della narrazione, pensando visivamente e creando la propria opera. Non si tratta di fare un bel disegno,ma di disegnare e scrivere come gesto combinato e forma di espressione, come potente strumento comunicativo, un linguaggio comune personale e ancestrale. Tutti disegniamo da bambini, ma spesso abbandoniamo questa pratica quando cresciamo.

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Questo è il motivo per il quale alla mia introduzione è seguito il workshop “Apprendimento potente:scrivere con le immagini e disegnare con le parole”.

Ho dotato ogni partecipante di tavolette e colori per disegnare e ho chiesto loro di visualizzare la più importante esperienza che hanno avuto nella loro educazione, non necessariamente a scuola. Perché è stata così importante? Cosa hanno imparato?

Il gruppo ha lavorato individualmente per 40 minuti.

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Successivamente ognuno ha appeso la propria tavoletta al muro e tutti hanno presentato il proprio lavoro al gruppo,spiegando perché fosse significativo. Al contempo ho riportato su un cartellone diverso le considerazioni emerse durante il confronto e che rappresentavano i pensieri principali che descrivevano cosa fosse l’educazione significativa per il gruppo.

 

(1) The Graphic Facilitator’s Guide. Brandy Agerbeck (2012)
The Doodle Revolution. Sunni Brown (2014)

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Graphic Facilitation in Schools

CreativeConnection visits Carlo Pepoli school in Bologna to speak about graphic facilitation


As part of our partnership with Archilabò to support and develop the project Social Books, I visited the school Carlo Pepoli in Bologna for the first time in October 2015. I was invited to present what we do at CreativeConnection to an audience of students, families and teachers, curious about a profession not so common in Italy.

This has been a great opportunity for me to think about my practice from another perspective, as an object of study, as something I needed to reflect upon and research in order to describe it and explain it to others. As a group of colleagues and friends, we often asked ourselves at CreativeConnection, how to define what we do and if the term graphic facilitation is the most appropriate.


In my search for a satisfactory answer, the conversations I had with my colleagues and my mentors Tim Casswell and Beatrice Baumgartner, have been very important. I also came across a few books, written by established professionals, which proved very useful. (1)



Introduction

 

Federica e lo scribing


Graphic Facilitation originally spread in the 70s within the Anglo-Saxon world, as a method to help people in a business and industry environment at working more effectively together, especially when meeting to discuss a certain topic, issue, project or idea. The graphic facilitator is established as a professional using imagery to map conversations in real time, drawing and writing on a large scale, combining words and pictures to lead groups of people toward a goal. Graphic Facilitation is developed as a way of capturing the flow of a conversation in a visual tangible form, to provide an additional perspective, a visual dimension for further thinking, understanding, reflection and brainstorming.

 

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The profession has nowadays assumed many different facets and the term “graphic facilitator” is used alongside others like “live illustrator”, “scriber”, “visual minuter”, “visual recorder”. They all refer to the use of imagery to represent contents which are not originally produced in a visual mode, but rather in an oral or written one. These different roles all require some sort of “visual interpretation” as main skill and they all entail the creation of visual narratives based on the association between pictures and key words, aimed at facilitating the understanding and memorisation of the contents. This is why Graphic Facilitation can be considered in a wider sense, as an umbrella term encompassing all these roles.


Along with my introduction about graphic facilitation and how it developed until now, I showed to the group in Bologna some example of what we do at CreativeConnection, explaining how we got to that result. Regardless of the label you can put on each of them (“visual minutes”, “rich picture”, “animation”) they all entail the same kind of practise, a common process which is about listening, understanding and trying to simplify the information through a combined use of pictures and words and a relevant use of the coulours (Graphic = related to imagery, Facilitation = to make easier).

 

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From this wider perspective, Graphic facilitation can be considered as a relevant process for education and as a valuable method than can be applied in a non commercial environment, like in schools. This is very much linked to the power of visuals and its potential in teaching and learning – for student as a way to re-elaborate contents in a more personal and creative way, for teachers as a way to work together across disciplines. Using more appropriate association between pictures and words would help reducing the cognitive workload, not only for the benefit of children with learning disabilities, but for the whole classroom, especially where children are coming from different backgrounds and the prominent role of linear written text can represent a barrier rather than an element of integration.



Workshop

The best way to learn what graphic facilitation is about is to see it in action and eventually be involved in that action as a key player of the narrative entailed, thinking visually and creating its own piece. It’s not about making a beautiful drawing, but about drawing and writing as a combined gesture and form of expression, as a powerful communication tool, a common language which is personal and also so ancestral. We all learn to draw as children, but we often lose practise when growing up.

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This is why my introduction was followed by the workshop “Powerful learning : writing with pictures and drawing with words”.


I provided each attendees with a piece of foam board and coloured pencils and ask them to visualise the most important experience they had in education, not necessarily related to school. Why was it important ? What did they learn ? The group worked individually for 40 minutes.

 

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We then hung all the boards on the wall and each person presented its own piece to the group explaining why it was meaningful. In the meantime I captured on a separate piece of paper the outcomes that emerged from the conversation and which represented the key thoughts and messages describing what meaningful education look like for the group.

 

(1) The Graphic Facilitator’s Guide. Brandy Agerbeck (2012)
The Doodle Revolution. Sunni Brown (2014)

 

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http://creativeconnection.co.uk/graphic-faciliatation-in-schools/

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geografia

Insegnare, disegnare, immaginare.



Il tema della trasmissione che passa in TV stasera è “l’era dell’immagine”.
Nello studio, seduti su poltroncine sicuramente più comode delle sedie a cui sono abituati gli studenti in classe, ci sono due donne e due uomini. Hanno l’aria di chi sa molte cose.
Stanno spiegando al conduttore che viviamo in un’epoca in cui le immagini hanno molta, molta importanza.
Le persone si preoccupano della loro immagine, cioè di come le persone li vedono, di quello che pensano di loro.
Non solo: le immagini parlano, a volte anche meglio delle parole. Ad esempio, le fotografie ci aiutano a conoscere cosa è successo davvero in un determinato evento.
Ma le immagini si possono anche costruire con le parole.
In Australia gli aborigeni vagano per giorni e giorni, da soli, nel deserto. Non c’è rete per usare il navigatore dello smartphone. Come fanno ad orientarsi?
Cantano le canzoni del creatore dell’universo, al ritmo dei loro passi. E cantando, disegnano nella loro mente il paesaggio che incontrano. Insegnando queste canzoni, gli aborigeni insegnano anche a immaginare il mondo intorno a loro.
Le parole diventano un’immagine che diventa una mappa.

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