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Conosci te stesso. L’importanza dell’orientamento.

Nuovo anno scolastico, nuove Serate Social Books!

Abbiamo dedicato il primo incontro all’orientamento scolastico.

A offrire nuovi punti di vista sul tema Sara Casale, direttrice del Centro A.m.p.i.a.

 

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Bisogna saper scegliere

Per orientarsi nell’articolato mondo dell’offerta formativa scolastica, bisogna saper scegliere.

Per scegliere, però, occorrono tempo, metodo e una profonda conoscenza di sé.

Non è facile soprattutto se si considera che nelle nostre scelte influiscono molti fattori, che non sempre ci portano alla scelta “giusta”.

 

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In quest’ottica, quindi, gli studenti dovrebbero cercare di non farsi influenzare dai compagni o da false credenze sulla facilità di alcuni istituti rispetto ad altri, mentre i genitori dovrebbero supportare i propri figli senza imporsi, enfatizzare il momento della scelta o farsi condizionare dalle rappresentazioni sociali.

 

Il punto di inizio?

Lo studente al centro!

I ragazzi vanno aiutati a sviluppare una buona conoscenza di sé, che implica una riflessione sulle proprie capacità e sui propri interessi, così come attenzione all’autovalutazione e consapevolezza circa l’importanza di un approccio flessibile all’esistere.

Nessuna scelta formativa è irreversibile e nessuna competenza è applicabile soltanto ad un campo formativo o professionale.

Flessibilità, trasversalità e osservazione della realtà sono fondamentali per non perdersi.

 

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Come decidere?

Per decidere ci vogliono, l’abbiamo detto, tempo e metodo!

In particolare è utile:

  • definire obiettivi
  • confrontare dati: se stessi e contesto.
  • individuare le alternative
  • valutare le alternative
  • scegliere
  • realizzare la scelta

Senza trascurare le competenze necessarie per lavorare nel 2020 individuate dall’Institute For the Future.

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Per approfondire i consigli di Sara

 

Bauman Z., Modernità liquida, Roma-Bari, Laterza 2002

Castelli C., Orientamento in età evolutiva, Milano, Franco Angeli 2002

D’Alessio M., Laghi F., Pallini S., L’orientamento nella scuola media, Roma Firera 2005

De Beni R., A. Moè A., Motivazione e apprendimento, Bologna, Il Mulino 2000

Mancinelli M.R., Quale scuola superiore?, Alpha Test, Milano 2015

Soresi S., Orientamento alle scelte. Rassegne, ricerche, strumenti, Firenze, Giunti OS

http://www.guidascuolesuperiori.provincia.bologna.it/laScuolaCheVoglio/

http://eduscopio.it/percorso-studenti-scelta-scuola-superiore

http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/istruzione/dettaglio- news/-/dettaglioNews/viewDettaglio/9741/11210

Approfondisci

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Web ATTItude

Tutela ed empowerment

 

rischi e potenzialità web

Social Books integra linguaggi e strumenti diversi per portare gli studenti ad apprendere attivamente.

In aula entrano verbale, visivo, audiovisivo, carta e web.

L’uso del web implica però nuove competenze, basate sulla conoscenza dei suoi rischi e delle sue potenzialità.

Garantire tutela ed empowerment è necessario per portare ragazzi, insegnanti e genitori a sviluppare web e social network skills.

Ecco perché Letizia Atti nel nostro team!

 

 

Di Letizia Atti e dell’educazione multimediale

 

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“Lavoro da anni con bambini e adolescenti, e da psicopedagogista e formatrice il mio sguardo è rivolto agli aspetti educativi, psicologici e sociali della nostra
vita online e, di conseguenza, offline. Mi definisco educatrice multimediale perché ritengo che si debbano condurre ed affiancare i ragazzi nell’uso e nella conoscenza delle nuove tecnologie e di internet, lasciando loro l’occasione ed il diritto di sperimentarsi e “rischiare”, come vuole il pensiero educativo, in un contesto però protetto, che dovrebbe essere garantito dal mondo adulto”.

Letizia Atti (http://bit.ly/1nqUB4o)

 

 

 

Letizia, Meyers e le serate Social Books

 

 

I.C. 21 (volantino prova 2) fronte

 
 

Formare le persone per dotarle di competenze digitali (digital literacy):

“una comprensione riflessiva di se stessi in relazione alle tecnologie e ai servizi digitali, una consapevolezza delle strutture – sia sociali che tecniche – di rete, e una comprensione degli aspetti sociali che informano gran parte delle nostre attività digitali in questa era dei social media e dei servizi del web 2.0″ (Meyers et al., 2014, p.7).

Questo il senso del percorso educativo proposto da Letizia Atti presso l’IC21 di Bologna nelle Serate Social Booksformazione gratuita aperta a tutti, soprattutto genitori e insegnanti, imprescindibili “vecchi” media per imprescindibili nuovi media.


Adulti che formandosi si liberano dalla paura del digitale e iniziano ad affiancare i ragazzi nelle loro navigazioni virtuali, smettendo di rifuggire il web e permettendo di sperimentarlo in sicurezza!

 

 

Una serata in mille Prezi

 

 

 

 

 

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Facilitazione grafica a scuola

Federica di CreativeConnection racconta l’esperienza di scribing vissuta alla scuola Carlo Pepoli di Bologna. 


Come partner di Archilabò per supportare e sviluppare il progetto Social Books, mi sono recata per la prima volta ad Ottobre 2015 a Bologna, nella scuola Carlo Pepoli.


Sono stata invitata per spiegare cosa fa Creative Connection a un pubblico di studenti, famiglie e insegnanti, curiosi di questa professione non comune in Italia.


E’ stata una grande opportunità per pensare al mio lavoro da un’altra prospettiva, come oggetto di studio, come qualcosa sul quale ho avuto bisogno di riflettere e far ricerca per riuscire a descriverlo e spiegarlo agli altri.  Come gruppo di colleghi e amici, noi di Creative Connection ci chiediamo spesso come definire quello che facciamo e se il termine ‘facilitazione grafica” sia il più appropriato.


Nella mia ricerca di una risposta soddisfacente, sono state fondamentali le conversazioni con i colleghi e con i miei mentori Tim Casswell e Beatrice Baumgartner. Ho trovato utili anche alcuni libri, scritti da riconosciuti professionisti del settore. (1)

 

Introduzione

Federica e lo scribing
La facilitazione grafica si è sviluppata negli anni ’70 nel mondo anglosassone, come metodo per aiutare i lavoratori del settore affari e industria a lavorare più efficacemente assieme, soprattutto durante le riunioni dedicate ad argomenti, obiettivi, progetti o idee particolarmente importanti.


Il facilitatore grafico viene definito come un professionista che usa le immagini per mappare conversazioni in tempo reale, disegnando e scrivendo su un’ampia superficie, integrando parole e immagini per portare i gruppi di persone a centrare l’obiettivo. La facilitazione grafica si è sviluppata come modo di catturare il flusso conversazionale in una forma grafica tangibile per fornire un’ulteriore prospettiva, una dimensione visiva per pensare, capire, riflettere e co-progettare.

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Attualmente la professione ha assunto diverse sfaccettature e il termine ‘facilitazione grafica’ è usato accanto ad altri quali ‘illustratore dal vivo’, ‘scriber’, ‘miniaturista visivo’, ‘registratore visivo’. Si riferiscono tutti all’uso di immagini per rappresentare contenuti non prodotti originariamente in linguaggio visivo, ma orale o scritto. Questi diversi ruoli richiedono tutti lo stesso tipo di “interpretazione visiva” come competenza principale e comportano tutte la creazione di narrazioni visive basate sull’associazione tra immagini e parole chiave, tese a facilitare la comprensione e la memorizzazione dei contenuti. Questo è il motivo per cui la facilitazione grafica può essere considerata in un senso più ampio come un “termine-ombrello” che racchiude tutti questi ruoli.


Insieme alla mia introduzione sulla facilitazione grafica e il modo in cui si è sviluppata fino ad oggi, ho mostrato al gruppo di Bologna alcuni esempi di ciò che facciamo a CreativeConnection, spiegando come arriviamo a questo risultato. Indipendentemente dall’etichetta che si sceglie ((“visual minutes”, “rich picture”, “animation”), le parole racchiudono sempre lo stesso tipo di pratica, un processo comune che richiede di ascoltare, capre e cercare di semplificare le informazioni attraverso l’uso combinato di figure e parole e l’uso dei colori.

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Da questa prospettiva più ampia, la facilitazione grafica può essere considerata un processo importante per l’educazione come metodo che può essere applicato in un settore non commerciale, come la scuola. Questo è molto più collegato al potere delle immagini e il suo potenziale nelle pratiche di insegnamento e apprendimento – per studenti come metodo di rielaborare contenuti in un modo più personale e creativo, per gli insegnanti come metodo per lavorare insieme in diverse discipline. Usare associazioni più appropriate tra figure e parole potrebbe aiutare a ridurre il carico di lavoro cognitivo, non solo a beneficio di studenti con disturbi dell’apprendimento, ma per l’intera classe, specialmente nei contesti in cui i ragazzi provengono da background diversi e il ruolo predominante del testo scritto e lineare può rappresentare una barriera più che un elemento di integrazione.

Workshop

Il modo migliore di impare cos’è la facilitazione grafica è esperirla ed eventualmente essere coinvolti in questa azione come protagonisti attivi della narrazione, pensando visivamente e creando la propria opera. Non si tratta di fare un bel disegno,ma di disegnare e scrivere come gesto combinato e forma di espressione, come potente strumento comunicativo, un linguaggio comune personale e ancestrale. Tutti disegniamo da bambini, ma spesso abbandoniamo questa pratica quando cresciamo.

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Questo è il motivo per il quale alla mia introduzione è seguito il workshop “Apprendimento potente:scrivere con le immagini e disegnare con le parole”.

Ho dotato ogni partecipante di tavolette e colori per disegnare e ho chiesto loro di visualizzare la più importante esperienza che hanno avuto nella loro educazione, non necessariamente a scuola. Perché è stata così importante? Cosa hanno imparato?

Il gruppo ha lavorato individualmente per 40 minuti.

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Successivamente ognuno ha appeso la propria tavoletta al muro e tutti hanno presentato il proprio lavoro al gruppo,spiegando perché fosse significativo. Al contempo ho riportato su un cartellone diverso le considerazioni emerse durante il confronto e che rappresentavano i pensieri principali che descrivevano cosa fosse l’educazione significativa per il gruppo.

 

(1) The Graphic Facilitator’s Guide. Brandy Agerbeck (2012)
The Doodle Revolution. Sunni Brown (2014)

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Graphic Facilitation in Schools

CreativeConnection visits Carlo Pepoli school in Bologna to speak about graphic facilitation


As part of our partnership with Archilabò to support and develop the project Social Books, I visited the school Carlo Pepoli in Bologna for the first time in October 2015. I was invited to present what we do at CreativeConnection to an audience of students, families and teachers, curious about a profession not so common in Italy.

This has been a great opportunity for me to think about my practice from another perspective, as an object of study, as something I needed to reflect upon and research in order to describe it and explain it to others. As a group of colleagues and friends, we often asked ourselves at CreativeConnection, how to define what we do and if the term graphic facilitation is the most appropriate.


In my search for a satisfactory answer, the conversations I had with my colleagues and my mentors Tim Casswell and Beatrice Baumgartner, have been very important. I also came across a few books, written by established professionals, which proved very useful. (1)



Introduction

 

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Graphic Facilitation originally spread in the 70s within the Anglo-Saxon world, as a method to help people in a business and industry environment at working more effectively together, especially when meeting to discuss a certain topic, issue, project or idea. The graphic facilitator is established as a professional using imagery to map conversations in real time, drawing and writing on a large scale, combining words and pictures to lead groups of people toward a goal. Graphic Facilitation is developed as a way of capturing the flow of a conversation in a visual tangible form, to provide an additional perspective, a visual dimension for further thinking, understanding, reflection and brainstorming.

 

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The profession has nowadays assumed many different facets and the term “graphic facilitator” is used alongside others like “live illustrator”, “scriber”, “visual minuter”, “visual recorder”. They all refer to the use of imagery to represent contents which are not originally produced in a visual mode, but rather in an oral or written one. These different roles all require some sort of “visual interpretation” as main skill and they all entail the creation of visual narratives based on the association between pictures and key words, aimed at facilitating the understanding and memorisation of the contents. This is why Graphic Facilitation can be considered in a wider sense, as an umbrella term encompassing all these roles.


Along with my introduction about graphic facilitation and how it developed until now, I showed to the group in Bologna some example of what we do at CreativeConnection, explaining how we got to that result. Regardless of the label you can put on each of them (“visual minutes”, “rich picture”, “animation”) they all entail the same kind of practise, a common process which is about listening, understanding and trying to simplify the information through a combined use of pictures and words and a relevant use of the coulours (Graphic = related to imagery, Facilitation = to make easier).

 

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From this wider perspective, Graphic facilitation can be considered as a relevant process for education and as a valuable method than can be applied in a non commercial environment, like in schools. This is very much linked to the power of visuals and its potential in teaching and learning – for student as a way to re-elaborate contents in a more personal and creative way, for teachers as a way to work together across disciplines. Using more appropriate association between pictures and words would help reducing the cognitive workload, not only for the benefit of children with learning disabilities, but for the whole classroom, especially where children are coming from different backgrounds and the prominent role of linear written text can represent a barrier rather than an element of integration.



Workshop

The best way to learn what graphic facilitation is about is to see it in action and eventually be involved in that action as a key player of the narrative entailed, thinking visually and creating its own piece. It’s not about making a beautiful drawing, but about drawing and writing as a combined gesture and form of expression, as a powerful communication tool, a common language which is personal and also so ancestral. We all learn to draw as children, but we often lose practise when growing up.

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This is why my introduction was followed by the workshop “Powerful learning : writing with pictures and drawing with words”.


I provided each attendees with a piece of foam board and coloured pencils and ask them to visualise the most important experience they had in education, not necessarily related to school. Why was it important ? What did they learn ? The group worked individually for 40 minutes.

 

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We then hung all the boards on the wall and each person presented its own piece to the group explaining why it was meaningful. In the meantime I captured on a separate piece of paper the outcomes that emerged from the conversation and which represented the key thoughts and messages describing what meaningful education look like for the group.

 

(1) The Graphic Facilitator’s Guide. Brandy Agerbeck (2012)
The Doodle Revolution. Sunni Brown (2014)

 

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http://creativeconnection.co.uk/graphic-faciliatation-in-schools/

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